home

zurück

 
 

SDS-Website

 
 

IL MOVIMENTO DEL ’68 E LA GENESI DEL MAOISMO MILITANTE IN ITALIA

----- Ferdinando Dubla -----

 Nel n.1 del marzo 1964 di Nuova Unità,  giornale che già nel titolo rivendicava una purezza di posizioni politico-ideologiche e di critica serrata al ‘revisionismo’ del PCI, vengono pubblicate  le ‘Proposte per una piattaforma dei marxisti-leninisti d’Italia’, che avranno lo scopo di organizzare sistematicamente la nuova elaborazione sul partito dei comunisti e della classe operaia, nonchè inizieranno a mettere a fuoco le nuove suggestioni internazionaliste, prime fra tutte la cinese e l’albanese. Un occhio attento e particolare è a tutti quei militanti del PCI, ormai insofferenti del gradualismo estenuante e infastiditi da un ‘ceto professionale burocratico’ lontano, tranne eccezioni pure notevoli e rilevanti, all’interno delle federazioni e delle sezioni, dalla concreta e attiva lotta di classe. Tra la fine degli anni ‘50 e i primi ‘60, la linea della ‘via italiana al socialismo’, aveva dispiegato tutta la sua potenza ‘normalizzatrice’ in chiave istituzionalista e parlamentaristica: la riflessione creativa contava molto meno dei numeri delle tessere, dei voti conquistati alle elezioni, dei posti ottenuti nei consigli elettivi e la ‘linea di massa’ si traduceva nel peso specifico dei comunisti all’interno del gioco politico, (i ‘rapporti di forza’), per la conquista dei ceti ‘intermedi’, rendendo nella pratica evanescente ogni prospettiva strategica verso il socialismo, se non negli infiammati comizi domenicali. Non che la realtà del PCI potesse essere così semplicisticamente dipinta e corrispondesse al vero (molto più ricca e articolata era la vita al suo interno, molto più ascendente nelle concretissime passioni delle masse proletarie), ma così il PCI fu recepito da strati sempre crescenti di avanguardie, che ebbero il merito di formare altri quadri rivoluzionari che sfociarono nel movimento di massa del ‘68/’69. Il discrimine, dalle ‘Proposte’ in poi, venne individuato nel XX Congresso del PCUS del 1956 e nel processo di ‘destalinizzazione’, che aveva aperto la breccia al ‘revisionismo’ e all’abdicazione quindi dei princìpi rivoluzionari, in occidente manifestandosi con il riformismo imbelle, nell’ oriente sovietico con la palude stagnante del burocratismo dall’alto. Senza alcuna considerazione critica (o quasi) lo stalinismo venne identificato con la retta via della rivoluzione socialista, quella a cui non avevano rinunciato la Cina di Mao e l’Albania di E. Hoxha. Ma solo la prima di queste dimostrò vitalità e dinamicità e accelerò questa convinzione con l’inaugurarsi della ‘rivoluzione culturale', che era la più straordinaria critica comunista al burocratismo dall’alto, di cui non poca responsabilità portava lo stalinismo. E già nell’analisi si aprivano brecce che non potevano alla lunga non provocare profondi dissidi interni, ma, ancora più grave, il progressivo allontanamento dalle masse e lo svuotamento della ‘linea di massa’. 

Alle origini del maoismo italiano

Il primo gruppo in assoluto che si costituì coscientemente come raggruppamento marxista-leninista fu quello padovano raccolto intorno al giornale  Viva il leninismo!  già nel settembre 1962, guidato da Vincenzo Calò, Ugo Duse, A. Bucco  ed altri; nell’estate del 1963 a Milano, su iniziativa di G. e M. Regis,  sorsero le edizioni Oriente, che ebbero un importantissimo ruolo di diffusione di materiale ideologico  proveniente dalla Cina. Proprio il richiamo all’esperienza maoista fu il carattere distintivo del marxismo-leninismo italiano, che divenne tout-court maoismo e fu fattore di critica asperrima nei confronti della realtà sovietica e dei paesi dell’Est, accusati di degenerazione ‘burocratico-revisionista’, accelerata poderosamente dalle controriforme kruscioviane dopo il XX Congresso del PCUS del 1956, come si è già annotato a proposito delle ‘Proposte’. Fu la stessa interpretazione del maoismo (liturgia da ‘libretto rosso’ o azione politica concreta con la ‘linea di massa’) che divise in modo verticale il movimento, divisione aggravata dal tarlo del protagonismo piccolo-borghese che contraddistingueva molti dei suoi leaders e che trovò forme di  farsa caricaturale nelle modalità con cui Brandirali  organizzò il raggruppamento di Servire il popolo!, che ormai con il maoismo storico e con una seria politica marxista-leninista non aveva più nulla a che fare. 

Prima delle esperienze del ‘68/’69, il gruppo milanese di Azione Comunista di Luciano Raimondi, cristallina figura di partigiano esasperato dall’attendismo del PCI, era stato l’unico tentativo serio di coagulo di forze alla sinistra del partito di Togliatti e Longo (il primo numero del giornale era stato pubblicato nel giugno 1956). In esso aveva trovato rifugio anche il transfuga Seniga  all’indomani della fuga con soldi e documenti che erano costati l’emarginazione di Pietro Secchia, responsabile dell’organizzazione dal 1945 al 1954  del partito, ma anche il gruppo di Raimondi  si rese ben presto conto della reale fattura del personaggio che, da ottimo e valente partigiano  era passato ad un disordinato e capotico velleitarismo estremistico per approdare negli anni successivi al socialismo riformistico di marca neo-liberale.[1] Ma Azione Comunista, per la sua composizione eclettica (all’inizio vi confluiscono trotzkisti, gli internazionalisti di Onorato Damen, gruppi filo-anarchici ecc.), all’origine anche qui di profonde lacerazioni e spaccature, e a prescindere dalla simpatia crescente dimostrata dal 1960 per l’esperienza cinese, non può essere considerato raggruppamento organicamente m-l e lo stesso Raimondi  dovette confluire nel ‘66 nella Federazione m-l d’Italia. Dunque, è proprio Nuova Unità il primo vero e proprio nucleo dei marxisti-leninisti in Italia, a partire dal 1964. E, come testimoniato da uno dei personaggi più appassionatamente legato alle vicende dei comunisti maoisti italiani, il rapporto con il PCI e con una presunta ‘corrente’ secchiana al suo interno, diventa immediatamente terreno di diaspora politica: 

“ A Secchia  e agli ambienti vicini a Secchia andavano allora le simpatie dei negatori dell’indipendenza dei marxisti-leninisti, e in realtà la frazione (sic) di Secchia era disposta a servirsi della fiducia dei marxisti-leninisti per il proprio trionfo. I fatti hanno dimostrato quanto fossero mal riposte quelle speranze[2]

In realtà, una ‘frazione’ secchiana all’interno del PCI, non esisteva affatto, se per frazione si intende una componente organizzata che cerca di contare all’interno dei rapporti di forza tra le varie anime del partito; men che mai guidata dallo stesso Secchia e men che mai mirante al ‘proprio trionfo’. Magari, potrebbe affermare qualcuno, la concezione della disciplina di partito di Secchia  non gli avesse impedito questa costituzione in ‘frazione’! Vero, è, invece, che l’esempio e le idee coerenti di Secchia  avevano fatto breccia in centinaia e centinaia di militanti comunisti, in agguerrite avanguardie che non volevano arrendersi a strategie considerate ‘capitolazioniste’, in chi mal sopportava la controffensiva delle classi dominanti e la scarsa resistenza oppostagli dalla linea politica del PCI e il suo paradossale ‘essere di massa’ senza una coerente ‘linea di massa’ (sebbene la riflessione di Mao al riguardo venne conosciuta meglio in seguito, ma c’era ben viva la lezione di Lenin!). Un gruppo di questi militanti (non sappiamo quanto numeroso) nel ‘63/’64, inviava ‘lettere anonime ai compagni del PCI’, attaccando la linea politica del partito (e dunque tutelandosi con l’anonimato) e nel contempo confidando, come si legge in una ‘lettera’ del novembre 1964, “che il compagno Luigi Longo sappia muoversi in tempo per liberare il PCI dalla piaga del revisionismo, degli opportunisti e dei carrieristi.” Naturalmente queste prese di posizione non potevano non suscitare le rimostranze di Nuova Unità e la penna di G.Regis colpisce nel dicembre 1964:

“Resta dimostrato che la sola lotta all’interno del partito, ha portato e può portare solo alla sostituzione di un uomo o di un gruppo di uomini, ma non al cambiamento di una linea politica, anzi in certi casi può, come potrebbe essere nel caso di un uomo come Kruscev, persino contribuire a rafforzarla. Il rinnovamento del PCI, che gli autori contrappongono alla ricostituzione di un nuovo partito comunista marxista-leninista rivoluzionario, dal contesto delle posizioni delle ‘Lettere’, non può pertanto significare che un cambio di alcuni uomini, lasciando sostanzialmente intatta l’ideologia, la linea politica e le strutture dell’attuale partito.”[3]

Così si liquidava il reale travaglio che attraversava la base del PCI, la reale, materiale dialettica della lotta di classe interna e esterna al partito ‘revisionista’; ma quella dialettica non poteva essere così liquidata e l’analisi sul PCI sarà sempre discriminante delle varie posizioni della sinistra extraistituzionale,  m-l o meno.  Nè potevano bastare le ortodossie rivendicate sull’argomento dai compagni cinesi, che già si erano occupati delle vicende dei comunisti italiani compiutamente nel 1962, con la pubblicazione alla fine di quell’anno dell’editoriale Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi sul ‘Quotidiano del Popolo’  (Renmin Ribao) e di un preciso scritto Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi nel 1963. Furono comunque articoli-saggio che circolarono nel movimento m-l e che costituirono la vera e propria base programmatica delle organizzazioni che si costituirono dal 1966 in poi.[4] I comunisti cinesi riuscirono a interpretare sentimenti reali e politici della militanza marxista italiana, e non solo italiana, subito dopo il X congresso del PCI (Roma, 2-8 dicembre 1962). Innanzitutto contro il riformismo:

“E’ del tutto necessario per la classe operaia nei paesi capitalisti condurre quotidiane lotte economiche e lotte per la democrazia. Ma lo scopo di queste lotte è di conseguire miglioramenti parziali nelle condizioni di vita della classe operaia e del popolo lavoratore e, ciò che è più importante, di educare le masse e organizzarle, elevare la loro coscienza e accumulare la forza rivoluzionaria per la conquista del potere dello Stato quando i tempi sono maturi. I marxisti-leninisti favoriscono la lotta per le riforme, ma si oppongono risolutamente al riformismo.

I  fatti hanno provato che quando le rivendicazioni politiche ed economiche della classe operaia e del popolo lavoratore abbiano ecceduto i limiti permessi dai capitalisti monopolisti, il governo italiano, che rappresenta gli interessi del capitale monopolista, è ricorso alla repressione. Non hanno forse innumerevoli fatti storici provato che questa è una legge inalterabile della lotta di classe? Com’è concepibile che la classe capitalista monopolista abbandoni i suoi interessi e il suo dominio ed esca volontariamente dalla scena della storia?”

I ‘documenti cinesi’ del ‘62/’63

Un atto d’accusa durissimo, qui indiretto, ma in altri luoghi dello stesso articolo molto esplicito, alla strategia togliattiana della ‘via italiana al socialismo’, la stessa per la quale il segretario del PCI aveva ‘sacrificato’ Secchia e un buon numero di quadri della generazione dei ‘resistenti’. Secchia che, tra l’altro, non poteva non condividere uno dei tratti salienti dell’analisi del PCC, perché aveva operato per una ben determinata concezione del partito. In un altro passo dello stesso articolo del Quotidiano del Popolo, quella concezione è ben caratterizzata, in raccordo con l’illegalità diffusa della borghesia e del suo sovversivismo che erano stati oggetto di analisi di Secchia in particolare negli anni dal dopoguerra al 1954 e che i cinesi estendono in un’organica visione dei princìpi marxisti-leninisti:

“ Finora la storia non è stata mai testimone di un solo esempio di transizione pacifica dal capitalismo al socialismo. (.) La borghesia non uscirà mai volontariamente dalla scena della storia. Questa è una legge universale della lotta di classe. I comunisti non devono neanche in minima misura indebolire la loro preparazione alla rivoluzione. Essi devono essere preparati a respingere gli assalti della controrivoluzione e a rovesciare la borghesia con la forza armata, nel momento critico della rivoluzione, quando il proletariato sta prendendo possesso del potere dello Stato e la borghesia ricorre alla forza armata per reprimere la rivoluzione. (..) ..si deve essere preparati ad avere immediatamente a che fare con l’intervento armato degli imperialisti stranieri e con le ribellioni armate controrivoluzionarie appoggiate dagli imperialisti. I comunisti devono concentrare la loro attenzione sull’accumulazione della forza rivoluzionaria mediante instancabili sforzi e devono essere pronti a combattere contro gli attacchi armati della borghesia, quando sia necessario.”[5]

Per un Togliatti impegnato in quegli anni come non mai a respingere le accuse di ‘doppiezza’ che colpivano i comunisti italiani, specie dopo le vicende seguite all’attentato del luglio 1948, quest’analisi era da criticare e respingere, come ogni sospetto per la ‘doppia tattica’ di cui esplicitamente facevano menzione i cinesi, sospetto che poteva vanificare lo sforzo di accreditamento alle regole della democrazia (ma che questa democrazia fosse la democrazia ‘borghese’ che minava continuamente le prerogative costituzionali, non era convinzione solo dei comunisti di Pechino) e ad una strategia politica (la ‘via italiana’) che, per definire il problema delle alleanze, aveva finito per appannare la centralità di classe del partito e stemperato potentemente la sua carica rivoluzionaria. E infatti le repliche del PCI non si fecero attendere e furono affidate prima alla penna dello stesso Togliatti [Riconduciamo la discussione nei suoi termini reali, in l’Unità, 10 gennaio 1963] e poi a quella di Longo [La questione del potere, in l’Unità, 16 gennaio 1963].   Ma furono repliche che, nel ribadire i deliberati congressuali appena approvati, nel dicembre 1962, dettero modo allo stesso PCC di precisare con ancora più nettezza le posizioni che un partito comunista di classe e rivoluzionario, pur impegnato in una difficile transizione in occidente, non poteva abbandonare e, tra l’altro, aveva dimostrato di non abbandonare, in teoria, sottoscrivendo le due dichiarazioni di Mosca del 1957 e del 1960, a cui la replica, stavolta pubblicata su Bandiera Rossa, continuamente rimanda, e che denuncia, tra l’altro, oltre la visione conciliatorista internazionale che Togliatti (ma qui si parla a Togliatti  perché Kruscev intenda) dopo l’avvento dell’atomica esprimeva contestando l’espressione di Mao sull’imperialismo come tigre di carta,  la degenerazione socialriformista del PCI:

“Secondo il compagno Togliatti: primo, l’economia nazionale può svilupparsi in modo pianificato non solo nei paesi socialisti, ma anche in regime capitalista; secondo, è possibile che nell’Italia capitalista siano accettate la pianificazione e la programmazione economica proprie del socialismo.

I marxisti-leninisti hanno sempre sostenuto che un paese capitalista trova necessario e possibile adottare una politica che in qualche modo regoli l’economia nazionale nell’interesse della borghesia presa nel suo insieme. (.) All’epoca del capitale monopolista, la funzione regolatrice dello Stato capitalista si esercita essenzialmente nell’interesse della borghesia monopolista. Sebbene questa regolazione possa qualche volta anche sacrificare gli interessi di alcuni gruppi monopolisti, non danneggia mai, ma, al contrario, rappresenta gli interessi generali della borghesia monopolista.”

E tutta l’analisi, non in base alla liturgia dei classici (che fu accusa mossa per la quantità di citazioni di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao  che fu impiegata dai cinesi e che fu presa a modello da chi a loro, almeno teoricamente, poi si ispirò nel movimento del ‘68), ma contro il dogmatismo e per un marxismo-leninismo creativo:

“Attenendoci alla verità universale del marxismo-leninismo, noi dobbiamo opporci al dogmatismo, perché il dogmatismo si distacca dalla pratica concreta della rivoluzione e considera il marxismo-leninismo come una formula rigida.

Il marxismo-leninismo è pieno di vitalità e invincibile proprio perché è nato e si è sviluppato nella pratica rivoluzionaria e perché si arricchisce incessantemente delle nuove esperienze conquistate nella nuova pratica della rivoluzione.

Lenin diceva spesso che il marxismo unisce il massimo rigore scientifico con lo spirito rivoluzionario.”[6]

La lettura di questi due saggi-articolo sarà nutrimento vitale per tutti coloro che animeranno quello spezzone significativo del movimento del ‘68 definito tout-court ‘filocinese’. 

Nell’arcipelago del maoismo militante

 Tra questi, assunse un’importanza notevole per diffusione, capillarità, spessore d’analisi e incidenza nella realtà universitaria, il Movimento Studentesco (della Statale di Milano, poi ribattezzato semplicemente MS). I fondatori di questo gruppo, tra cui M. Capanna e S. Toscano, L. Cafiero , rifiutarono di confluire nelle organizzazioni m-l esistenti, ma ebbero una capacità aggregativa fra le più consistenti: decisivo il suo ruolo nella promozione della manifestazione antifascista del 31 gennaio 1970 cui parteciparono circa 50.000 persone e che emblematicamente assurse a data dell’inizio della ‘riscossa’ dopo la strage del 12 dicembre ’69 alla Banca dell’Agricoltura. L’atteggiamento del MS nei confronti del PCI non era liquidatorio, tanto da essere accusato di codismo o di rappresentare la ‘quinta colonna’ dello stesso all’interno del movimento; questo fu dovuto in gran parte, per chi scrive, alla spiccata sensibilità e acutezza politico-culturale di un intellettuale meridionale (nativo di Catania) dai marcati tratti  'scotellari' e che ha lasciato la scena politica italiana e della sinistra di classe troppo presto, il 24 marzo 1976, a soli 38 anni, dopo aver fondato nello stesso anno il Movimento Lavoratori per il Socialismo di cui fu naturalmente il primo segretario: Salvatore ‘Turi’ Toscano.

Le analisi non coincidenti, allora, confluivano in scontri fisici molto pesanti, e la rivalità tra MS (prima)-MLS (dal ’76) e gli altri gruppi, fu una caratteristica abbastanza ‘celebrata’ nel movimento, anche a causa di un episodio drammatico: il 12 dicembre 1973, manifestazione di massa a Milano per ricordare l’anniversario della strage, un militante di Avanguardia Operaia fu gravemente ferito dal servizio d’ordine del MS. La stessa organizzazione, però, dovette subire una durissima repressione: nel gennaio 1973 fu ucciso un suo militante, lo studente universitario R.Franceschi,  continue furono le cariche dei ‘celerini’ nell’università nella primavera dello stesso anno, Capanna  e Toscano furono arrestati e processati, ecc..

La riflessione di ‘Turi’ Toscano è forse il lascito più fecondo dell’organizzazione indubbiamente più rappresentativa dei gruppi studenteschi del ’68: le sue asciutte analisi sul PCI, mai sbrigative e liquidatorie, la categoria della fascistizzazione, che lo avvicina in modo evidente al pensiero di Pietro Secchia, così come anche la sua insistenza sulla necessità della formazione dei quadri, l’applicazione creativamente marxista e maoista all’analisi politica di fase in Italia, rendono necessario il rilevare alcune sue notazioni particolari. La categoria di ‘strategia della tensione’, per Toscano, era inadeguata per articolare una progressiva politica delle classi dominanti italiane, e dell’imperialismo nel suo complesso, volta a svuotare tutte le sostanziali prerogative democratiche della Costituzione; non il ‘colpo di Stato’, comunque sempre incombente e immanente nelle fasi acute di scontro sociale come arma della borghesia in difficoltà, ma progressiva ‘fascistizzazione’, l’illegalità e il sovversivismo delle classi dirigenti che rispondono all'offensiva di classe: un recupero forte, ‘concreto’, dell’analisi gramsciana e della intera riflessione di Secchia dopo la Liberazione:

“La fascistizzazione dello Stato è la forma che assume la reazione della grande borghesia quando essa sente d’impaccio al suo dominio le stesse libertà democratiche borghesi. Poiché dunque la fascistizzazione è la tendenziale riscossa della borghesia, che in questo modo spera di salvare il suo dominio, essa è comune come tendenza a quasi tutti gli Stati imperialisti nell’epoca storica del tramonto dell’imperialismo”

E ancora:

“(..) La tendenza al fascismo è organica all’imperialismo in quanto un’economia imperialista non può che fondarsi sull’assoggettamento violento di altri popoli, l’economia imperialista non può reggersi se non intensificando lo sfruttamento dei popoli oppressi e dei popoli degli stessi paesi imperialisti più deboli. 

Lo Stato imperialista è il garante di questa rapina e questa rapina diventa tanto più indispensabile all’imperialismo quanto più esso riceve dure sconfitte.” [7]

L’analisi sulla fascistizzazione e sulla natura dell’imperialismo, rendeva Toscano  particolarmente avvertito della necessità di lavorare per un governo autenticamente di sinistra, di ‘fronte popolare’, e dunque il suo giudizio sul PCI risentiva positivamente di questa necessità, della necessità cioè di lavorare per una coerente ‘linea di massa’, differenziandolo dallo schematismo degli altri raggruppamenti m-l: “Riducendo all’osso, il discorso dei gruppetti è questo: dato un capitale che ha bisogno di svilupparsi e un PCI revisionista, essi si incontreranno sul terreno delle riforme. (..) Questo tuttavia non significa né che l’azione di salvaguardia della produttività capitalistica promessa dal PCI abbia alcuna possibilità di riuscire, né, di conseguenza, che la borghesia passi dalle enunciazioni riformistiche alla loro esecuzione. (..) Quale sia la scelta in questo periodo e alla lunga, dipende dal modo concreto in cui si svolge la lotta di classe nel nostro paese, dalla situazione internazionale, ecc..”.[8] Insomma, una visione dinamica, non molto frequente nelle organizzazioni m-l e molto attenta a non consegnare l’intero patrimonio del PCI al grande capitale e alle sue mene reazionarie o ‘conciliatoriste’. Un punto d’analisi fortemente dialettico, dunque fortemente marxista, che non poteva provocare, nello stesso gruppo di Toscano, tensioni e contrasti sfocianti in scissioni e mini-scissioni.[9]

 

Il nodo-PCI e la lotta al ‘revisionismo’

 

Ma che il nodo-PCI e le relazioni da tenere con la sua base e della lotta della sua base contro i gruppi dirigenti ‘revisionisti’, siano i temi che ritornano con più costanza nel dibattito, non è certo casuale. Espulso dalla porta, il PCI, appena si torna a discutere di altro partito e di organizzazione di massa del movimento operaio, rientra dalla finestra. Chi sono, a parte l’agguerrito gruppo militante che gli dà vita, i lettori di Nuova Unità ? Sono molti, moltissimi attivisti del PCI che conducono la loro battaglia interna contro la deriva moderata e burocratica del loro partito. Lo dimostra lo stesso dibattito ospitato dal giornale, come la lettera di alcuni ‘compagni di Napoli’, sempre coperti dall’anonimato, pubblicato nel numero del settembre 1964, precedente dunque alla stessa presa di posizione di Regis. In essa si taccia il giornale, che dovrebbe essere di tutti i marxisti-leninisti comunque collocati, di scadere a volte nel ‘nocivo estremismo’, di non tener conto ‘dell’epoca storica, perché non è condannando indiscriminatamente la politica del PCI dalle origini ad oggi che si indica chiaramente al proletariato italiano la via da seguire. (..) Non dobbiamo cadere, conducendo una risoluta lotta all’estremismo di destra, nell’altrettanto pericoloso estremismo di sinistra’. Per questi motivi, la ricostruzione di un altro partito, di un partito autenticamente rivoluzionario, che astragga dall’analisi di fase e salti disinvoltamente il problema del rapporto ancora esistente, e saldo, tra il PCI e le masse, e quindi non lo ricostruisca solo ideologicamente ma nella prassi concreta dell’azione politica (condizioni che si rendono indispensabili per non scadere nell’avventurismo) non è ancora inscrivibile all’ordine del giorno:

“Noi dobbiamo essere capaci di indicare la linea alternativa con chiarezza, di batterci per essa all’interno del Partito, in tutte le sue istanze, per ottenere che venga portata avanti dov’è possibile (e noi a volte siamo riusciti ad ottenerlo) dagli strumenti stessi del Partito. Solo di tali strumenti disponiamo e sarebbe illusorio, ed errato marxisticamente, credere che l’ideologia sia sufficiente alla mobilitazione delle masse senza l’organizzazione! Altrettanto illusorio sarebbe pensare che le condizioni attuali consentano un’organizzazione autonoma, cioè un altro partito.”[10]

Le ragioni esposte in questa lettera saranno un leit-motiv ricorrente nel dibattito che si farà progressivamente più serrato negli anni tra il ‘67 e il ‘69, con l’esplodere della contestazione studentesca e la nascita effimera e morte rapida di miriadi di sigle ed organizzazioni antagoniste, molte delle quali si presumeranno l’autentico partito rivoluzionario marxista-leninista, anche se poche riusciranno a radicarsi in maniera significativa come il PCd’I (m-l) , affatto sufficiente, però, a costituire un’alternativa seria all’egemonia del PCI sul movimento operaio italiano. Le continue scissioni dimostravano un’insufficiente analisi della fase storico-politica, anche se interpretavano una giusta esigenza obiettiva delle masse popolari, e il movimento studentesco, nazionale e internazionale, forniva un’accelerazione positiva che dislocava la lotta sul versante della ‘guerra di movimento’, ma provocava anche un’autoesaltazione dei quadri dirigenti delle organizzazioni rivoluzionarie in una chiave marcatamente ideologica che ne spezzava tutte le velleità a lungo termine. Non deve stupire, allora, che è proprio su questo che si consuma quella possibilità concreta di costruzione di un processo rivoluzionario profondo, contraddetto dalla vicenda dei marxisti-leninisti italiani negli anni appena precedenti al ‘68/’69.  La pubblicazione di Nuova Unità dal 1964 mette in moto una dinamica ricchissima dal punto di vista dell’elaborazione teorica, drammaticamente carente nel concepire un’effettiva e necessaria unità:

“Quanti ritenevano ormai matura la costituzione del partito - seppure dopo una fase di preparazione, di consolidamento organizzativo e di chiarificazione ideologica - proposero di passare dalla semplice redazione del giornale alla formazione del Movimento marxista-leninista. Esso in effetti si costituì nel 1965, continuò la pubblicazione del giornale ‘Nuova Unità’ e tenne successivamente il suo congresso trasformandosi circa un anno dopo, nell’ottobre 1966, a Livorno, nell’attuale Partito Comunista d’Italia (m-l) . Altri, opponendo a questa impostazione una concezione profondamente diversa del partito e dichiarando che doveva essere opera di lunghi anni il processo che ne avrebbe consentita la fondazione, uscirono ai primi del 1965 col giornale ‘Il Comunista’ , e si costituirono agli inizi del 1966 in ‘Lega dei comunisti marxisti-leninisti d’Italia’ . Ad essi si unì anche la ‘Lega della gioventù comunista (m-l)’, che pubblicò il giornale ‘Gioventù proletaria’. All’interno del gruppo che aveva dato vita a ‘Il Comunista’ , peraltro, non finirono i dissensi. Si avvicinarono e poi si staccarono da ‘Il Comunista’ alcuni dirigenti dell’organo di origine trozkysta ‘Azione Comunista’. Furono espulsi con l’accusa di trozkysmo alcuni dirigenti della ‘Lega della gioventù’ che, insieme ad altri, formarono una lega omonima e il giornale ‘Gioventù marxista-leninista' . Uscirono o furono espulsi altri singoli militanti. Quasi tutti costoro si unirono, nel luglio 1966, con nuclei e militanti generalmente vicini alle ‘Edizioni Oriente’ e che in precedenza non avevano ancora aderito a nessuna organizzazione. Insieme fondarono in quel mese la ‘Federazione dei comunisti marxisti-leninisti d’Italia’, col giornale ‘Rivoluzione proletaria’, che ha tenuto verso la fine del 1967 il suo primo congresso - dandosi uno Statuto”.[11]

Ci sembra questo un passaggio delicato della storia delle organizzazioni  m-l in Italia, che spiega, senza soverchi sforzi ermeneutici, anche, e forse soprattutto, l’incapacità di costruire un polo di aggregazione realmente significativo a lungo termine alla sinistra del PCI, se si  esclude  il PCd’I (m-l) (ma il suo peculiare sviluppo ne impedirà il definitivo decollo), anche se in quegli anni dovuto principalmente  alla sua capacità di riprendere tradizioni, identità e simboli  (a partire dalla testata, ‘Nuova Unità ’, appunto) propri della storia del PCI. 

Il legame analizzato da questo settore importante del marxismo-leninismo italiano, importante anche perché proveniente dallo stesso PCI, intrecciato con le nuove suggestioni provenienti dall'esperienza maoista della rivoluzione culturale  (inaugurata da Mao il 5 agosto 1966 con il 'Manifesto a grandi caratteri' intitolato Fuoco sul quartiere generale!) produrranno una serie di concettualizzazioni che filtreranno nel senso comune del movimento del '68, in particolare della sua variante 'm-l': 

- rivoluzione contro riformismo (il gradualismo contro la costruzione del processo rivoluzionario e il 'punto di rottura')

- saldezza dei princìpi contro il ‘revisionismo’ (fermezza dei propri valori costitutivi contro gli ondeggiamenti nella tattica, la strategia non chiara, l’eclettismo ideologico)

- creatività delle masse contro l’opportunismo burocratico (il partito di quadri dotato di una 'linea di massa' e rigorosamente di classe e rivoluzionario contro il partito di massa infiltrato dalla piccola e media borghesia, oltre che nella composizione sociale nella sua omologazione ai valori dominanti).

Su questi punti teorico-programmatici  il maoismo militante in Italia darà vita, anche grazie al movimento del ’68, alla sua caratterizzazione storica.

 

Rielaborazione di un capitolo del testo dello stesso autore: “Secchia, il Pci e il movimento del ‘68”, in uscita presso i tipi della Datanews ed., Roma, 1998.

(Allegati) 

SCHEDE DOCUMENTARIE

 VIVA IL LENINISMO!

‘Viva il leninismo!’ si chiamò il raggruppamento che a buona ragione può definirsi la prima organizzazione dichiaratamente di ispirazione maoista in Italia. Fu fondata, insieme al giornale omonimo, a Padova, da Vincenzo Calò ed Ugo Duse, nel 1962. E infatti del settembre 1962 è il primo numero ‘unico’: gli altri due uscirono nell’ottobre dello stesso anno e nel febbraio 1963. Ma perché ‘Viva il leninismo’?. L’espressione era mutuata da un articolo pubblicato nel n.8 di Bandiera Rossa, rivista ideologica del Partito Comunista Cinese, del 16 aprile 1960. Con quell’articolo Mao-Tse-Tung, e la dirigenza del Comitato Centrale del PCC, prendeva fortemente le distanze dal ‘revisionismo moderno’ e dalla politica sovietica di Kruscev, inaugurata con il XX Congresso del PCUS (febbraio 1956) e l’avvio del processo di ‘destalinizzazione’. Ma, oltre la polemica ideologica, molto forte era il risentimento dei comunisti cinesi per le critiche loro rivolte a proposito della politica del ‘Grande Balzo in avanti’ e delle comuni popolari (1957/59), del tentativo, cioè, di esprimere una pianificazione agricola e industriale non eterodiretta dall’Unione Sovietica. Un altro motivo dell’approfondimento del contrasto russo-cinese, si era verificato nell’estate-autunno 1959 per effetto dei primi incidenti di frontiera fra Cina e India causati da scontri fra pattuglie indiane e cinesi. In quel frangente, l’Unione Sovietica mantenne un atteggiamento equidistante che rompeva con l’”internazionalismo proletario”. Dopo l’articolo ‘Viva il leninismo!’ dell’aprile, nell’estate la situazione fra i due paesi del socialismo precipitò: il 16 luglio 1960 il governo di Mosca informava inaspettatamente quello di Pechino che entro un mese sarebbero stati richiamati in patria i 1390 specialisti russi che lavoravano in Cina. Al tempo stesso annullava 343 contratti e 257 progetti di cooperazione tecnica e scientifica, nonché metteva fine alla fornitura alla Cina di equipaggiamenti e di macchinari. Naturalmente, nella ricezione in Italia, e in tutta l’Europa, del maoismo, il quadro storico si appannava ed emergeva invece, quasi esclusivamente, il quadro fortemente ideologico e la purezza dei principi che quell’articolo (a cui seguirono altri due dello stesso tenore: ‘Avanti sulla via del grande Lenin’ – pubblicato il 22 aprile 1960 sul ‘Quotidiano del Popolo’ di Pechino; ‘Uniamoci sotto la bandiera rivoluzionaria di Lenin’ – relazione presentata, sempre il 22 aprile del ’60,  da Lu Ting-yi in occasione del 90° anniversario della nascita di Lenin) rappresentava, nonché lo sprone per la ricostruzione di autentiche organizzazioni marxiste-leniniste liberate da quello che sempre più sprezzantemente veniva indicato con ‘revisionismo krusceviano’:

“Non si può certamente arrivare all’emancipazione del proletariato con la via del riformismo, non ci si può arrivare che con la strada della rivoluzione. (..) Lenin considera come fondamentale per il proletariato, se si vuole condurre a buon esito la rivoluzione proletaria e consolidare la sua dittatura, la creazione di un suo partito politico, un partito veramente rivoluzionario che rompa completamente con l’opportunismo, cioè il partito comunista. Questo partito politico è armato della teoria marxista del materialismo dialettico e del materialismo storico. (..) Questo partito politico deve essere una sola cosa con le masse e tenere in grande considerazione la loro iniziativa creatrice che fa la storia; deve appoggiarsi strettamente alle masse tanto nella rivoluzione quanto nel corso della costruzione del socialismo e del comunismo.”

(da ‘Viva il leninismo!’, Bandiera Rossa - 16 aprile 1960)

Fu quella che, da ‘Viva il leninismo!’ al movimento del ’68, i raggruppamenti maoisti indicavano e indicano come la ‘linea di massa’.

 FUOCO SUL QUARTIER GENERALE!

Effetto moltiplicatore delle suggestioni maoiste nel ‘68/’69, fu l’esperienza della rivoluzione culturale cinese. Un’ esperienza che fu letta in chiave antiburocratica e contro la sclerosi degli apparati annidati nei gangli dello stato socialista e che Mao aveva avuto il coraggio di smascherare attraverso la teorizzazione della ‘rivoluzione ininterrotta’ e il movimento di ‘lotta-critica-trasformazione’. Se è vero che nel ’68 la rivoluzione culturale cinese era storicamente al suo epilogo (con le critiche dello stesso Mao agli eccessi di infantilismo e di sinistrismo di alcuni gruppi delle ‘Guardie Rosse’), essa conobbe la sua primavera e la sua amplificazione in occidente proprio grazie alle organizzazioni maoiste. Fu diffuso infatti in quegli anni, in migliaia di copie, il ‘Manifesto a grandi caratteri’ redatto da Mao-Tse-Tung il 5 agosto 1966, in forma di da-ze-bao, espressione che indicava i manifesti murali che campeggiavano nelle università e nei luoghi di lavoro cinesi, fortemente critici verso le autorità considerate preda dell’opportunismo e del ‘moderno revisionismo’. In esso, si invitava, senza remore, ad attaccare ‘il quartier generale’ e sviluppare lo spirito comunista di “osare pensare, osare parlare e osare agire” (cfr. la Risoluzione dell’XI sessione plenaria del CC del PCC sulla grande Rivoluzione culturale proletaria, 8 agosto 1966).

In Italia, il  15 ottobre del 1966, sul troncone del Movimento di Nuova Unità, nasce a Livorno il Partito Comunista d'Italia Marxista-leninista. Fra il '66 e la prima metà del '68 il gruppo conosce una ininterrotta espansione che lo porta ad essere il gruppo più numeroso dell'estrema sinistra (una valutazione  parla di 20.000 aderenti nel momento migliore con oltre 100 sedi in tutta Italia e punti di forza nel Veneto, nelle Puglie, in Toscana, Campania, Calabria e Sardegna). Al gruppo aderivano essenzialmente due componenti: quella dei fondatori (vecchi militanti comunisti, spesso dal passato partigiano, di ferma tradizione cominternista) e una parte rilevante del nuovo movimento studentesco. Il maggior successo politico può considerarsi il riconoscimento da parte del Partito Comunista cinese e del Partito del Lavoro di Albania. La parabola discendente iniziò repentinamente nell'autunno del '68 con la rottura in seno al gruppo dirigente e la reciproca espulsione dei due tronconi che daranno vita ai due PCd'I (ml), linea nera e linea rossa. L’atto storico della rottura si consumò nel Comitato Centrale del 6 ottobre 1968 fra il gruppo facente capo a Fosco Dinucci, Pesce e il responsabile dell’organizzazione Risaliti  (costituitisi autonomamente il 24 novembre successivo) accusati di ‘liturgia da libretto rosso’ tanto ortodossi quanto incoerenti nella pratica della ‘linea di massa’, e il gruppo Peruzzi -Gracci, che si ispirava in senso integrale proprio alla rivoluzione culturale. Questi ultimi ebbero l’appoggio della maggioranza della redazione della rivista Lavoro Politico, fondarono il giornale Il Partito, mentre i primi conservarono la proprietà della testata Nuova Unità.

 


[1] Su questi temi, mi si permetta il rimando per una ricostruzione più precisa a Ferdinando Dubla: A sinistra di Togliatti (1945/54), in Il Calendario del Popolo n. 582 -dicembre 1994 pp.36/43;  la lettera di Nunzia Raimondi Augeri Azione Comunista  e il caso Seniga in Il Calendario, cit. n. 590/95, pp.62/63  e la risposta di F.Dubla Ancora sul caso Seniga  sul numero 594/96 dello stesso, pag.2.

[2]Cfr. G.Maj: Storia dell’organizzazione marxista-leninista in Italia (1963/69), in Che Fare, fascicolo dell’estate 1969, pag. 65.  A prescindere dalla non celata ricostruzione di parte, ad opera di un militante attivamente impegnato nel movimento di allora, che opera le sue scelte, le difende e le giustifica, a Maj si deve, proprio grazie a quest’articolo già del ‘69,  un recupero parziale ma efficace della memoria storica del movimento m-l, nonchè una limpida coerenza dei propri princìpi anche in fasi storiche successive, in piena epoca di pentiti e di controffensiva ideologica della borghesia.

[3]Cfr. G.Regis: Lettere (anonime) ai compagni del PCI, in Nuova Unità  n.10 - dicembre 1964, pag.9.

[4] E per un buon periodo ancora, cfr. il reprint a cura della Cooperativa editrice Nuova Cultura, pp.206, Como, 1972.

[5] Cfr. Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi, Quotidiano del Popolo , Pechino, 31 dicembre 1962, sta in Opere di Mao -Tse-Tung, ed. Rapporti sociali, Milano, pp.159 (cit.precedente)/160. Gli stessi testi sono ora riprodotti integralmente nell’ipertesto multimediale Antologia per il ’68,  Micla-Catania, 1998 - http://www.planio.it/linearossa

[6]Cfr. Ancora sulle divergenze fra il compagno Togliatti e noi, in Bandiera Rossa, Pechino, n.3/4, febbraio 1963, sta in ivi, pp. 261 (cit. precedente) e 286.

[7] Cfr. Anonimo (ma di S.Toscano) Note sulla natura del fascismo odierno, in Movimento studentesco, rivista trimestrale n.4, Milano, aprile 1974, pag.8. Citazione precedente da Anonimo (ma di S.Toscano) Fascistizzazione e strategia della tensione, in Movimento studentesco n.1, aprile-maggio 1973 pag.16, entrambi nella raccolta (a cura di E.Criscione) A partire dal ’68, Milano, 1978, pag.97 e pag. 73.

[8] Cfr. S.Toscano: La situazione attuale e i compiti politici del Movimento Studentesco (II), Milano, dicembre 1970, pp.19/30, sta in A Partire, cit., pp.134/142. Anche secondo Criscione , per ‘Turi’ Toscano “in Italia i partiti di sinistra e soprattutto i sindacati erano ancora in grado di reagire positivamente alla spinta delle masse. Non dovevano quindi essere considerati mediazioni come le altre, ma potevano anzi costituire momenti di rottura del potere borghese.”, ivi, pag.13.

[9] Una prima scissione nella seconda metà degli anni ’70, con il gruppo-Saracino che confluisce nel Gruppo Gramsci , poi l’espulsione di Mario Capanna e Giuseppe Liverani nel marzo ’74;  sull’intera radiografia del gruppo MS  cfr. la scheda in  Il Sessantotto – La stagione dei movimenti (1960-1979), (1), a cura della redazione di 'Materiali per una nuova sinistra', Ed.Associate, 1988., pag. 229.

[10]Cfr.  A  proposito di una lettera dei compagni di Napoli, Nuova Unità n.7, settembre 1964, pp.10/11.

[11] Cfr. Marxisti-leninisti: quale unità?,  articolo redazionale in Lavoro Politico , n.5/6, marzo-aprile 1968, pag.41.